"QUESTA È PITTURA! NON RAPPRESENTAZIONE,
LUCENTE DEL VERO"
Il ciclo della “Danza” di Gero
Gravotta a Campobello di Licata
Si faccia avanti colui il quale
non si è mai accorto che sta canticchiando da ore un motivo
musicale, di cui non ricorda la provenienza, il titolo ed il compositore,
ma che sta da tempo nella sua mente, nelle sue orecchie, nel suo
ricordo.
Si presenti colui il quale non si è mai scoperto mentre sta
percorrendo una strada, senza per questo aver cognizione della meta,
del percorso e del motivo del viaggio, ma che da tempo è
in movimento, in cammino, in proiezione verso l’ulteriorità.
Si alzi pure in piedi chi non è mai sprofondato nell’emozione
estetica della contemplazione estatica di un’immagine, di
cui non importa il soggetto, l’autore e la composizione, ma
che diviene colore, cromia, pittura.
Ciò che separa la pura poesia della musica, del viaggio e
della pittura è l’incommensurabile separazione dell’apparenza
dalla verità, della rappresentazione dalla realtà,
del desiderio dal bisogno: eppure si vuole cogliere questa poesia
e vi si scommette. Ma attenzione! È facile naufragarvi, come
è altrettanto ricorrente la tentazione a scendere dal gioco
per lasciarlo a poeti, profeti e pensatori, che alla fine sono proprio
coloro che riescono a trasumanar suoni, percorsi e colori in armonie,
mappe e dipinti, accarezzandoci, accogliendoci ed accompagnandoci,
fermi nella contemplazione dell’infinito e sospesi nella meditazione
dell’eternità.
Il percorso artistico di Gero Gravotta ci conduce attraverso quest’avventura.
Il ciclo della “Danza” di Campobello di Licata riesce
a portarci oltre la raffigurazione e, senza passare attraverso la
rappresentazione, giungere alla meta: la liberante verità
della pittura. Non vuole simboli, non presenta allegorie, non adduce
mistificazioni, ma dichiara (e si dichiara) immediatamente e, rinunciando
ad ogni tentazione di propedeuticità, schivando ogni tentazione
di descrizione, allontanando da sé ogni tentazione di affabulazione,
riesce ad accompagnarci ed alla fine accarezzarci in un morbido
frusciare serico.
Quasi un frontespizio, simile ad una ouverture, eco visivo in un
incipit il primo dipinto, di più contenute dimensioni, dichiara
il titolo e la presenza costante di una creatura umana che ci accompagnerà
per tutta la danza e danzerà con noi, per noi e dentro di
noi.
I tre dipinti di maggiori dimensioni consentono superfici ed armonie
più ampie ed estese.
Nella seconda tela dialoghiamo con questa creatura, ambigua e rasserenante
al tempo stesso. Non chiede nulla per sé, né chiede
nulla di noi, ma ascolta e si lascia ascoltare nel nostro silenzio
attraverso uno sguardo non disegnato sul volto: è un corpo
che appena si coglie, ma che è capace di avvolgere e sembra
scivolare addosso la nostra pelle. Ogni tinta trova sintesi nel
panneggio verde che modula la fisicità del nostro personaggio,
stagliato nell’orizzonte da accese luminescenze tra giallo
e rosso.
Senza addentrarsi in evocati amplessi accompagna le nostre solitarie
intimità lasciandosi inabitare dall’infinito: il terzo
dipinto accoglie l’orizzonte dentro di sé. La creatura
umana si scopre (senza volersi confondere con una reminiscenza ermafroditica)
sia uomo sia donna, sia donazione si accoglienza, sia seme sia frutto:
una fecondità sospesa nell’eterna danza della vita,
dove ogni discendenza ha eredità in una continuità
inarrestabile di linee, di superfici e di volumi, che ricordano
le esperienze scultoree e grafiche di Gero Gravotta. I colori di
spandono nel culmine dell’amplesso cosmico, chiuso in questa
solitaria accoglienza dell’orizzonte. È una dicromia
arcana tra presente e futuro, tra le tinte più fredde del
primo piano ed i timbri più caldi sullo sfondo, contraddistinte
in basso ed in alto; si coglie quasi in una sorta di divisione tra
due registri sovrapposti, in cui si contrappongono un profondo blu
ed un immenso giallo, mediati dalla sensualità del corpo
che emerge dall’accartocciato ed intenso panneggio verde.
Nell’ultima composizione la catarsi è al pieno culmine:
dervisciche modulazioni di masse coinvolgono il corpo del protagonista.
Questi è sospeso fra immanenza e trascendenza, finitudine
ed immensità, attimo ed eternità. Una meta illumina
quest’essere “sufflato” al di sopra di un’esistenza
solipsistica: qui l’ambiguità è ormai l’unica
dimensione possibile. Una sensuale plasticità serica, esaltata
da un frusciante verde dorato, definisce il corpo, evocato, piuttosto
che coinvolto, in questa azione catarchica, ma che è anche
assolutamente unica e personale, in quanto capace di coinvolgere
la propria interiorità nella sua più intima essenza.
La verità ha espresso la sua luce: scomparsa ogni rappresentazione
è riuscita a permanere nella pittura!
Giuseppe Ingaglio
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